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QUALE MECCANISMO SPINGE GLI ADOLESCENTI AD ARRIVARE A TANTO E COME UN GENITORE PUO’ INTERVENIRE.

Blue Whale, un fenomeno diventato una moda del momento tra gli adolescenti. Perchè ne sono così attratti? Cosa li spinge ad arrivare a tanto? Cosa può fare un genitore?
Partiamo dalla mente dell’adolescente. Esso si trova in un periodo di sviluppo dove gli è possibile costruire sistemi e teorie e ciò gli permette di sperimentare una fase di idealismo ed onnipotenza del pensiero, a cui la realtà, secondo loro, dovrebbe adattarsi (Piaget). La difficoltà a mentalizzare, la tendenza ad essere impulsivi, lo scarso controllo degli impulsi, la disregolazione affettiva e, a volte, gli elevati livelli di rabbia formano un cocktail che può essere esplosivo.
Quello che tutti si chiedono, ovvero il perchè non si fermano di fronte alle richieste di questo gioco, è spiegato da questi fattori. Loro credono di poter controllare la realtà, le loro azioni, faticano a dare un vero significato a quello che sta succedendo e la parte pulsionale li conduce ad attuare dei gesti gravi.
Questi atti autolesivi, ai quali i ragazzi acconsentono, vengono definiti “velleità suicidarie”. Non sono “solo” dei modi per farsi del male. Ciò sottovaluta il significato implicito. Dal mio punto di vista, possono essere considerati dei veri e propri tentativi di suicidio.
E questi tentativi sono legati ai suicidi conclamati, divenuti attualmente la terza causa di morte per i giovani fra i 15 e i 24 anni (Maggiolini).
Quest’altro argomento apre qualche riflessione. E’ connesso alla capacità di accettare l’idea dell’ineluttabilità della propria futura morte. Ciò costituisce un momento evolutivo della crescita in quanto segnala l’accettazione dei limiti posti dalla realtà della vita, la caduta dell’onnipotenza sopra accennata, una genuina e attiva accettazione della vita attraverso la rappresentazione mentale della possibilità del suo contrario (Pandolfi e Senise).
Quando tutto questo processo si blocca è come se l’adolescente rimanesse ancorato alla sua onnipotenza, ovvero alla capacità di sfidare la morte, di vincere su di essa, come se fosse una sfida e non un qualcosa di naturale. Questo spiega il perchè esso accetti le sfide autolesive proposte dal gioco e, soprattutto, la sfida di sè contro la morte stessa.
C’è un altro punto importante alla base di questa dinamica. Ovvero, il rapporto con il proprio corpo ed il bisogno di attaccarlo e distruggerlo.
Gli adolescenti sono alla prese con l’adattamento e la costruzione della loro identità affettiva, relazionale, psichica e corporea. Lasciare il corpo e la mente del bambino che sono stati per indossare un corpo ed una mente pseudo adulti è un passaggio di crescita delicato. Viene vissuto come una sorta di lutto, accompagnato da sentimenti di malinconia, tristezza, depressione. Gli atti autolesivi, i tentativi di suicidio, la morte stessa possono salvare dalla drammaticità di questo momento. Di nuovo, si tratta di una fantasia magica ed onnipotente.
Detto ciò, il genitore ha un ruolo fondamentale e difficile.
L’osservazione e l’ascolto empatico dei segnali, dei gesti, dei vissuti del proprio figlio non devono mancare. In questo periodo, i comportamenti tipici dell’adolescente, come ad esempio la chiusura verso l’adulto, possono essere facilmente fraintesi, ovvero è complesso attribuire ad essi un significato di normalità e di crescita oppure un significato di malessere e sofferenza. E’ importante non sottovalutare, negare, trascurare i messaggi impliciti sottesi a tali atteggiamenti.
Li si osserva, nel tempo, con attenzione empatica, li si monitora, si cerca di comprenderli, anche insieme all’adolescente per quanto possibile.
Spesso allontanano e rifiutano il genitore. Questo è quello che vogliono far vedere. In fondo, hanno bisogno della presenza, delicata e non intrusiva dell’adulto, hanno bisogno di regole e limiti che a volte chiedono a modo loro. Non gli piace, ma hanno bisogno di essere accompagnati anche alla scoperta del mondo di Internet, attraverso la presenza di un adulto aperto, che cerchi di entrare delicatamente nelle loro fantasie, nei loro vissuti, nella loro psiche per comprenderli e passar loro gli strumenti necessari per potersi proteggere anche da soli dalle minacce che la realtà gli sottopone.

ADOLESCENTI E SOCIAL NETWORK.

La diffusione dei Social Network al giorno d’oggi è di vasta portata. Sono pochi gli adolescenti, e addirittura i bambini nonostante l’esistenza di una legge che lo vieti per proteggerli, che non usano e non sono interessati a FaceBook, Instagram e compagnia.

Alcuni dicono di non poterne fare a meno, di vivere un sentimento di esclusione anche solo all’idea di non avere un profilo personale, di averne bisogno perché stare connessi permette loro di vivere le relazioni, di stare con gli altri, di parlare con gli amici, di non sentirsi esclusi.

Ed è proprio così: attualmente, sono degli strumenti di comunicazione e di relazione che permettono di stare in contatto con l’altro. Ad oggi, ha senso chiedersi cosa vuol dire “stare in relazione con l’altro”, ed è scontato affermare quanto sia cambiato il valore ed il significato della relazione.

Al di là di considerazioni di valore o di scelte, è fondamentale non dimenticare i rischi connessi all’uso dei Social, in particolare delle chat. Non tutti gli adolescenti ne sono al corrente e, in generale, vi è una scarsa consapevolezza a riguardo e addirittura un senso di incredulità.

Uno dei rischi è quello della dipendenza. Senza rendersi conto, i ragazzi trascorrono un’enorme quantità di tempo connessi in chat, chiacchierando con il migliore amico o conoscendo persone nuove. In chat è più facile: l’altro non si vede, è più facile comunicare ciò che si pensa perché è come scriverlo a se stessi, vi è il potere totale di decidere quando come a chi comunicare, con l’onnipotenza di sentire di poter gestire le relazioni.

Ma tutto ciò è illusorio. È vero che l’altro non si vede, ma quando lo si incontra quasi mancano gli strumenti per comunicare con lui i pensieri, le emozioni, i vissuti. L’incontro con l’altro, nella realtà, concretizza il fatto che l’altro davvero c’è e quindi la comunicazione diventa relazione, ovvero l’ascoltare l’altro, il capirlo, dovergli restituire un commento, una riflessione e non si può scegliere di aspettare un’ora o il giorno dopo, ma la relazione avviene nel qui e ora. L’incontro con l’altro pone dei limiti all’onnipotenza di gestire in senso unidirezionale la relazione e la sola percezione visiva dell’altro mette nella posizione di dover fare i conti con lui, con le sue emozioni, con i suoi pensieri, con i suoi vissuti. Gli adolescenti, rispetto a questo, sembrano ad oggi vivere un senso di inesperienza, di incapacità.

E quando l’altro è uno sconosciuto? Il rischio più grande è quello di essere in balia di una relazione che non si conosce, quindi che difficilmente si può gestire e controllare. Spesso gli adolescenti cadono nella trappola di incontrare lo sconosciuto con il quale hanno chiacchierato in chat, quasi con la totale fiducia nell’altro, senza pensare alla possibilità che l’altro possa aver mentito sulla propria identità, con l’illusione di conoscere le intenzioni dell’altro ed il senso di onnipotenza di poter gestire il passaggio da una relazione illusoria e virtuale ad una reale.

Allora, è fondamentale stare vicino agli adolescenti, metterli di fronte ai rischi che possono correre utilizzando senza consapevolezza questi strumenti, senza demonizzarli, perché hanno ragione quando dicono che sono utili e divertenti! Senza vietare o imporre, perché il divieto non fa altro che alimentare il senso di ribellione di un adolescente. Ma guidarli, in modo empatico, cercando di comprendere i loro bisogni, le loro difficoltà, il loro mondo: parlando con loro!

LA LUNGA ATTESA DELLA GRAVIDANZA: QUALI FATTORI POSSONO ESSERE IMPLICATI.

“Questo bambino non vuole proprio arrivare!”: queste sono le parole di Iris, alla ricerca di una gravidanza da circa un anno, ad oggi alle prese con lo sconforto, la rabbia, l’impotenza legate a cio’. Ogni gravidanza è unica. A volte la cicogna arriva subito, altre volte si fa attendere. In questo secondo caso, una donna potrebbe scontrarsi con ansie e preoccupazioni profonde.
In primis, se un bimbo non arriva, una donna potrebbe pensare di non essere una buona madre, capace di dar vita ad una creatura e occuparsi di lei. Questa convinzione potrebbe radicarsi dentro le fantasie inconsce della mente e autoalimentarsi dell’assenza reale del bambino stesso.
Winnicott, illustre pedietra e psicoanalista, parla di una madre “sufficientemente buona” per il suo bambino, ovvero in grado di occuparsi di lui in modo sufficiente. Ma come fa una donna a soddisfare questo standard? Come si crea la stima di sé come madre?
Per rispondere a questa riflessione, dobbiamo fare un passo nella generazione precedente per passare da Iris alla sua mamma. Vi racconto la sua storia. Iris, che oggi ha 36 anni, tempo fa è stata una bambina. È stata accudita dai suoi genitori e, in particolare, dalla nascita e nella primissima infanzia, ha potuto godere delle cure della sua mamma in modo esclusivo. La sua mamma era sempre presente, forse troppo in alcuni momenti. Iris è cresciuta, passando da una tappa di sviluppo all’altra, senza troppe difficoltà, se non quella di sentirsi molto dipendente e, forse, ancora un po’ piccola. Ha sempre conservato dentro di sé una parte infantile molto accentuata. Anche da adulta, ad esempio, non ha mai goduto di una reale indipendenza né lavorativa né affettiva. Ha sempre sentito dentro di sé il forte bisogno di un altro accanto, di qualcuno che si prendesse cura di lei, che la amasse in modo esclusivo. Ripetendo, in tal modo, l’accudimento materno ricevuto. Ha avuto fortuna in questo, poiché ha trovato una persona che si incastrava perfettamente con queste sue esigenze. La difficoltà è arrivata al momento della decisione di diventare lei stessa madre. Intrappolata tra il desiderio di esserlo e la paura, inconscia, di diventarlo, ha dato vita ad un corto circuito emotivo interno, che ha bloccato la naturalezza della creazione. Mettersi nei panni di “madre”, assumere una nuova identità, più adulta, indipendente, affettivamente matura, si è scontrato con i suoi bisogni più infantili di figlia, con il desiderio inconscio di restare piccola, affettivamente dipendente dall’altro. Il prezzo da pagare per Iris era troppo, ovvero quello di perdere i privilegi dell’accudimento, per offrire lei stessa accudimento all’altro, al proprio bambino. Questo pensiero, che origina nella sua mente, ha bloccato il processo della gravidanza, nel suo corpo, per diverso tempo. Solo la consapevolezza di questo attrito interno di pensieri e vissuti ha fatto sì che si sbloccasse il nodo che si era creato.
Questo è solo un esempio di quelle che possono essere le ansie e le preoccupazioni di una futura mamma, influenti sul concepimento.

BAMBINI AL POSTO DEI GENITORI E VICEVERSA: QUALI CONSEGUENZE.

Laura è una bambina di 5 anni, va alla scuola materna, gioca con i suoi amichetti, si diverte. È socievole, simpatica, leader nel gruppo. Con le maestre della scuola fa un po’ fatica a rispettare le regole e lo stesso atteggiamento è fortemente presente con la sua mamma e il suo papà.
Laura li sgrida, alza la voce con loro, decide, se non comanda, sulle diverse cose quotidiane.
I genitori si adeguano a tutto ciò che lei dice, per cui decide lei quando alzarsi dal letto, cosa mangiare, che indumenti indossare, quanta tv guardare, cosa guardare, quanto giocare, cosa e come dire le cose agli altri, insomma, decide tutto lei.
Immaginate quanto possa essere difficile per una mamma ed un papà “domare” tutti questi comportamenti per farsi ascoltare e rispettare.
I bambini hanno spesso a che fare con l’onnipotenza. Ad esempio, intorno ai 2 anni hanno bisogno di sfidare l’adulto, opporsi a tutto ciò che esso dice, per sentirsi diversi, separati e quindi una piccola personcina in crescita. Questo avviene quando i bambini iniziano a dire di no per tutto, avete in mente? È un passaggio di crescita tipico di questo periodo, che permette loro di separarsi psichicamente dalla figura di accudimento primaria, restando comunque in rapporto con essa. In questo periodo, è fondamentale che i genitori restino fermi sulle loro posizioni.
Per la piccola Laura, questa fase ha preso una piega diversa.
Per prima cosa, non c’erano una mamma ed un papà fermi sulle loro idee e sui loro pensieri. Forse per il timore di dire troppi “no” e quindi di sentirsi separati e lontani affettivamente dalla loro bambina, e anche perché questi genitori conservavano dentro di loro un piccolo nucleo di un “Sé” ancora piccolo e ancora molto legato ai rispettivi genitori. Detto in parole più semplici, si sentivano ancora piccoli.
In secondo luogo, questo “via libero” ha consentito quella che si chiama “inversione di ruoli”, ovvero il mantenimento di una relazione dove sono presenti una mamma ed un papà ancora bisognosi di cure, attenzioni, accudimento, e una bambina che ha potuto giocare con la sua onnipotenza, non avendo limiti.
Laura, essendo poi molto sensibile, non solo ha assunto il ruolo genitoriale per poter decidere, comandare, dirigere la vita quotidiana della famiglia ma, sentendo la sua mamma ed il suo papà molto fragili e bisognosi si è assunta anche il ruolo della figura accudente, facendo le coccole a loro al posto che riceverle, decidendo per loro al posto che lasciarsi gestire, organizzando la quotidianità proprio come dovrebbero fare una mamma ed un papà.
Quindi…quanto è importante vedere da adulti i propri bisogni irrisolti, ancora presenti per diversi motivi, poterci fare i conti, per far sì che non ricadano in modo turbolento sui propri bambini.

MAMMA E PAPA’ SI SEPARANO: QUANDO E COME DIRLO AL BAMBINO.

La domanda che questa mamma si porta dietro ormai da tempo è: “lo dico o non lo dico al mio bambino che io e il suo papà ci stiamo separando?!”.
A quante di voi è già capitato di chiedersi questo?
La preoccupazione di questa mamma era di ferire cio’ al suo bambino, di dargli un dolore grosso inelaborabile, di distruggergli il mondo incantato dell’infanzia nel quale viveva.
Questo bambino aveva circa 7 anni e la sua mamma ed il suo papà discutevano della separazione da circa un anno.
Il papà diceva che non erano presenti liti in casa, discussioni dai toni accesi, musi lunghi o qualche altro atteggiamento che potesse far pensare ad una mamma e ad un papà che non vanno più d’accordo.
Questo papà avrebbe voluto tardare il momento di comunicare al bambino la decisione di separarsi.
La mamma aveva invece il dubbio che il bambino avesse capito o, quantomeno, intuito qualcosa a riguardo.
Allora, come fare in questi casi? Quando va comunicata la scelta? Come va comunicata? I bambini capiscono lo stesso?
Partiamo dai bambini.
Io credo che, a modo loro, ai bambini arrivino dei messaggi, anche non espliciti, legati al fatto che in casa, tra mamma e papà, c’è qualcosa che non va.
Nonostante l’assenza di chiare liti o il clima di apperente serenità che i genitori cercano di mantenere, l’atmosfera emotiva e relazionale anche inconscia presente tra i due genitori non può eludere la diversità.
Ovvero, la relazione nella coppia cambia. Affettivamente non sono piu’ presenti i sentimenti tipici della relazione coniugale ma ne subentrano altri che dipingono una relazione a volte amicale, a volte tra estranei, a volte tra due guerrieri che faticano a condividere il minimo indispensabile.
Tutto ciò, nonostante le varie strategie adottate per proteggere i propri figli, ai bambini arriva dritto al cuore.
A volte, loro non chiedono, altre si’.
Quando non chiedono, non vuol dire che non abbiano capito, che non abbiano interesse a comprendere cosa sta succedendo.
Anzi. Spesso non chiedono perché vorrebbero sapere, ma hanno paura delle risposte, perché non vogliono aprire il vaso di Pandora finora rimasto ben chiuso, perché non vogliono sentirsi poi responsabili di un cambiamento distruttivo dell’ideale di famiglia che ogni bambino ha.
Tutto ciò li spaventa molto.
E spaventa anche i genitori che sono spesso, ma non sempre, consapevoli che la separazione tra loro fa cadere l’illusione di una mamma e di un papà che staranno insieme per sempre, cosa che tutti i bambini vorrebbero.
Ho scritto “non sempre consapevoli” perché, invece, a volte capita di pensare che i bambini sono in grado di superare tutto, che una separazione coniugale non è poi così un trauma, che mamma e papà ci saranno in ugual modo e quindi non cambia nulla.
Penso che per un bambino la separazione sia sempre un cambiamento della routine familiare che mina la stabilità e quindi il senso di sicurezza e fiducia di sé e negli altri.
Detto questo, è importante comunicare al proprio bambino cosa sta succedendo.
Anche il non sapere lascia spazio alle fantasie e un bambino, non capendo cosa sta succedendo, può pensare che succeda davvero di tutto, può avere delle fantasie distruttive, delle fantasie di perdita, di solitudine, di angoscia.
Il sapere, invece, rassicura, dà il senso di un maggior controllo.
Credo che la scelta di comunicare al bambino la decisione di separarsi debba essere fatta quando ormai è chiaro per entrambi i genitori di proseguire in questo senso. Sembra scontato ma, a volte, non è proprio così, ovvero c’è un chiaro periodo di crisi, la minaccia di separarsi, ma poi tutto rientra.
Una volta presente questa consapevolezza, in base alla comprensione emotiva e cognitiva del proprio bambino, sarebbe meglio comunicare la scelta in modo semplice e, soprattutto, veritiero.
L’età del bambino è una variabile presente rispetto alle scelta delle parole da utilizzare.
Il contenuto della comunicazione varia in base alla storia della famiglia.
In ogni caso, è importante fornire un perché, una motivazione che, in qualche modo, giustifica la scelta e toglie il bambino dal senso di colpa e responsabilità.
È importante comunicare anche i sentimenti, ovvero come si sentono la mamma ed il papà, come può sentirsi lui.
È importante anche dire cosa succederà, come potrà sentirsi, quali saranno i cambiamenti, dando spazio alle preoccupazioni del bambino, ai dubbi, alle paure, alla rabbia e rassicurandolo sulla presenza costante dei suoi genitori per lui.
La separazione è della coppia coniugale, non della coppia genitoriale. E questo messaggio deve arrivare al bambino!

IL GIOCO DELLA LOTTA CON I PAPA’: QUALI SONO LE REGOLE?

Il gioco della lotta è un momento che piace molto ai bambini, in particolare ai maschietti.
Piace farlo con altri bambini, con i fratelli e anche con i grandi.
Ma come mai è così importante questo gioco? Che significati può avere?
Riflettevo su questo insieme ad una mamma, che mi parlava del suo bambino di 5 anni, al quale piace molto intrattenersi con il suo papà per diverso tempo in questa attività.
Il piacere di giocare è reciproco, ma questa mamma mi diceva che il suo bambino, dopo un certo tempo, diventava incontenibile, agitato, a volte aggressivo e faceva fatica a darsi un limite.
La lotta, come gioco, sembrava quasi diventare una vera battaglia.
Se prima la mamma vedeva un bambino e un papà che giocavano insieme, utilizzando il corpo, in maniera rispettosa e trasformando la lotta quasi in una danza di abbracci e risate, in un secondo tempo si è chiesta quanto e come non stessero superando un limite accettabile.
Perchè nell’attività questo bambino aveva iniziato a sfidare verbalmente, con toni accesi, e fisicamente, mostrandosi minaccioso, saltava in testa al suo papà quasi senza consapevolezza del benessere dell’altro, i tocchi con le mani erano diventati intensi e forti, tentava di utilizzare calci o gomitate.
D’altra parte, l’avversario, il padre, si mostrava passivo, inerme, non reagiva contenendo e ricordando l’importanza del rispetto e le regole del gioco, ma si adattava ai comportamenti del suo piccolo, accondiscendendo ad esso.
I bambini, soprattutto intorno a quest’età, vivono il loro papà sia come una figura da imitare, sia come una sorta di rivale. Questo è un processo di crescita tipico.
I bambini hanno bisogno di credere in parte alla fantasia di poter vincere contro il papà per essere i migliori o i più forti e, dopo, hanno bisogno di ricordare che il papà è una figura adulta e, in termini di onnipotenza, colui che non si lascia sfidare, vincere, abbattere simbolicamente dal proprio bambino.
Questi due passaggi gli permettono di crescere forti, con una buona autostima, con un’immagine paterna vicente da poter imitare e, nello stesso tempo, la presenza di un papà che controlla la loro fantasiosa onnipotenza e non gli permette di oltrepassare il limite, trasmette loro il senso del contenimento, delle regole, della regolazione.
Questa mamma aveva proprio capito che il gioco si era trasformato in qualcosa di controproducente e aveva potuto dare ad esso un significato relazionale ed affettivo costruttivo.

QUANDO SI PARLA MALE DEGLI ALTRI: QUALE MECCANISMO STA DIETRO A TALE COMPORTAMENTO?

A volte, ci si ritrova a parlar male delle altre persone.
Lo si fa tra amiche, tra colleghe, con il proprio compagno, e lo si fa anche dallo psicologo, quando quello sarebbe il luogo dove parlare di sé, dei propri pensieri e delle proprie emozioni.
Ma perché succede così? Quale meccanismo c’è alla base?
Spesso si tratta di un meccanismo di difesa per il quale attraverso l’altro si parla di sé.
Ovvero, a volte succede che è difficile riconoscere degli aspetti di sé e allora li si vede nell’altro e li si critica.
Ma la critica all’altra persona diventa, inconsapevolmente, una critica a sé.
Di solito, sono degli aspetti difficili, dolorosi, delle questioni irrisolte, un aspetto del carattere o un modo di pensare che non piace.
Spesso, chi adotta questo meccanismo, non si rende comunque conto di questa dinamica.
Questi aspetti, difficili da tollerare se pensati su di sé, si crede facciano solo parte dell’altro.
Ricordo una mamma critica su tutto, alla quale non andava bene nulla: era arrabbiata con la babysitter, non condivideva ciò che faceva la suocera, ogni pensiero delle amiche era oggetto di giudizio, suo marito non si comportava come lei desiderava, dei figli andava bene poco e niente ed ogni incontro con lei diventava un processo di accusa contro gli altri.
Nella sua storia personale, si ritrovavano sorprendentemente aspetti simili, se non identici, alle storie che lei raccontava sugli altri.
I miei tentativi di mostrarle queste somiglianze cadevano nel nulla.
Per lei, inizialmente, era intollerabile il pensiero di rispecchiarsi in queste persone che lei tanto giudicava.
Con il passare del tempo, questo rispecchiarsi diventava più accettabile.
Questa mamma iniziava a vedersi negli altri, a rispecchiarsi in loro, a capire che certe cose appartenevano a lei e non a loro.
È stato per lei un passaggio di crescita difficile.
Tuttavia, le ha permesso di vivere più serenamente.
Immaginate che davvero nulla andava per il verso giusto prima. Credete sia facile vivere così? Questa mamma, all’interno di questo vortice di giudizio, si sentiva davvero molto sola.
Una volta compreso questo meccanismo di difesa, che le era stato utile per proteggersi dal vedersi dentro, ma che non le serve più, ha iniziato ad accettarsi per quello che era, nei suoi aspetti più facili da ammettere ma anche in quelli più difficili.
Accettarsi voleva dire per lei apprezzarzi, credere in sé, credere di valere, sapere di valere, riconoscersi delle cose positive.
Vi lascio immaginare che volo pindarico ha fatto la sua autostima.
Eh sì, perché dietro le numerose critiche non pensate ci sia stato un bassissimo valore di sé? ! Ebbene sì.

PAURE O INCUBI NOTTURNI NEI BAMBINI.

 

“Si sveglia di notte, è inconsolabile, non riesco a tranquillizzarlo, piange fortissimo!”, mi disse una volta una mamma.
È mai capitato qualcosa del genere al vostro bambino?
Se questo succede ai bambini a partire dai 3 anni circa, allora siamo di fronte a episodi di “pavor nocturnus” o terrore notturno.
Vi spiego brevemente di cosa si tratta.
È un parziale risveglio dal sonno profondo, accompagnato da grida, agitazione, ansia molto forte, sintomi quali sudorazione o tachicardia. Quando il bambino vive questi momenti, diventa inconsolabile e, se svegliato, appare confuso e disorientato.
Solitamente, ciò avviene poco dopo l’addormentamento e dura indicativamente qualche minuto.
Il bambino, il giorno dopo, non ricorda l’accaduto.
Questo fenomeno, secondo i vari studi, accade principalmente ai bambini tra i 3 e i 10 anni circa ed è diverso dai classici “incubi”, poiché generalmente questi ultimi vengono ricordati dal bambino, avvengono in una fase del sonno diversa ovvero quella “rem” e nell’ultima parte del sonno.
La mamma di cui sopra non sapeva proprio come gestire questa situazione con il proprio bambino. Lui, si svegliava quasi tutte le notti, da qualche settimana, e di corsa andava nel lettone dei genitori, piangendo terrorizzato. La mamma cercava di consolarlo, di abbracciarlo, di cercare di capire che cosa stesse succedendo, se avesse fatto un brutto sogno. Ma il bambino non diceva nulla. Piangeva e basta, agitato, tutto sudato, inconsolabile. La mamma diceva che le sembrava come se il suo bambino non ascoltasse. Dopo un po’ di coccole, tutto passava e il bambino proseguiva il suo sonno, a volte nel lettone tra mamma e papà.
Proprio così.
Quando avvengono questi pavor, i bambini sembrano “sconnessi” dalla realtà, non sono coscienti di ciò che sta succedendo in quel momento ed è anche per questo motivo che il giorno dopo non ricordano l’accaduto.
Le emozioni che il bambino vive in quel momento sono intense: una paura fortissima, l’impotenza, una profonda solitudine, l’angoscia più totale, l’essere schiacciati o imprigionati dai pensieri e dalle fantasie piu’ orribili.
Credo allora che, come ha fatto questa mamma, non ci siano troppe “soluzioni” al problema, se non l’esserci come figura rassicurante, che fa sentire la sua presenza, anche solo con un abbraccio, e trasmette la sensazione di protezione.
È consigliabile non svegliare completamente il bambino durante questi epidosi, al fine di evitare l’aumento ulteriore di ansia ed agitazione.
Dal punto di vista del genitore, è legittima la preoccupazione nel vedere il proprio bambino in preda al panico, perché così sembra, e la sensazione di impotenza.
Questa mamma diceva che in quelle situazioni non sapeva proprio cosa fare.
Il comprendere la tipicità di questo fenomeno ha aiutato questa mamma a credere nelle sue capacità di accudimento e a garantire quelle piccole grandi attenzioni che già stava attuando con il suo bambino.

COSA CAMBIA NELLA MENTE DI UN PRE-ADOLESCENTE?

“Non so se mi sento ancora piccola oppure che sto crescendo”.
Questo è il pensiero tipico di molti pre-adolescenti, che si trovano intorno all’età delle scuole medie alle prese con un passaggio importante, ovvero l’abbandono del mondo dell’infanzia verso un mondo più adulto.
Per molti di loro questo passaggio può essere difficile e presentare qualche ostacolo.
Dunque, cosa rappresentano per loro questi due mondi?
Essere bambini rassicura, perché l’immaginario è quello dell’accudimento, ovvero l’idea di una mamma e un papà che si sono sempre, che supportano, sostengono, fanno per e con te.
Diventare adulti vuol dire, in parte e nel loro immaginario, cavarsela un po’ da soli. Ricordo una ragazzina che mi diceva che lei non aveva voglia di tornare a casa da scuola e cucinarsi da sola il pranzo e ricordava che qualche tempo prima erano sempre la mamma o la nonna ad occuparsi di questo aspetto. È banale?! Per loro no.
Le questioni del mondo adulto riguardano anche altro.
La stessa ragazzina era anche molto preoccupata per la sessualità. Ovvero, vedeva intorno a sé le sue amiche già alle prese con il fidanzatino, già incuriosite dell’argomento o già alle prime esperienze. D’altro canto, lei stava ancora coltivando le sue amicizie, non aveva alcun minimo interesse per la sessualità, la priorità era conservare il rapporto con le amichette.
Verrebbe da chiedersi: dove sta la regola?!
Difficile a dirsi. Credo che ad oggi, c’è chi arriva prima ad affrontare le suddette questioni e c’e’ che chi arriva dopo. Forse, non è tanto il momento in termini di tempistica, ma il come le si affrontano che fa la differenza.
Il tema della sessualità è molto ampio. Alcune adolescenti o pre-adolescenti di oggi hanno una visione libera dell’argomento, che le porta a sperimentare, fare delle prove senza troppi pensieri, spesso dimenticandosi della componente affettiva, ma trasformando il tutto in un gioco, con più o meno regole.
C’è chi è più pronto e si butta, c’è invece, come la ragazzina di cui sopra, che vede, ascolta, percepisce queste dinamiche, non le comprende sul piano cognitivo, emotivo e relazionale, e se ne allontana perché in fondo spaventano. Allora, a volte, meglio restare piccole, come pensano alcune di loro.
Di questioni legate a questo fragile passaggio di crescita ce ne sarebbero molte. In generale, credo sia importante per un genitore accompagnare il proprio pre – adolescente, facilitando il passaggio all’età più adulta, trasmettendogli la presenza costante, ovvero il supporto dove poter esprimere le proprie paure, capire le dinamiche complesse e sconosciute di un mondo nuovo, elaborare il lutto per la perdita del senso di sicurezza e protezione del mondo dell’infanzia.